
di Daniele Ruvinetti
ROMA (ITALPRESS) – Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti mettono in gioco il controllo del Congresso e la capacità della Casa Bianca di portare avanti la propria agenda. Un’eventuale vittoria democratica potrebbe condizionare anche, e forse soprattutto, la politica estera americana, dai negoziati con la Russia ai rapporti con la Cina. Ma un Trump indebolito sul fronte interno potrebbe cercare proprio sulla scena internazionale nuovi successi politici.
Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti rappresentano il primo grande banco di prova politico per Donald Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca. Gli americani sono chiamati oggi, 3 novembre, a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 del Senato, oltre a scegliere i governatori in numerosi Stati. La posta in gioco va anche oltre gli equilibri politici interni.
Dal risultato delle midterm dipenderà il margine di manovra dell’amministrazione americana nei prossimi due anni, con conseguenze potenzialmente significative sulla conduzione della politica estera. Le previsioni elettorali indicano la possibilità di un’affermazione democratica, soprattutto alla Camera, mentre la competizione per il Senato appare più incerta. Per conquistarne il controllo, i Democratici dovrebbero ottenere un incremento netto di quattro seggi rispetto agli attuali equilibri. Per Trump, perdere il controllo di una o entrambe le camere significherebbe confrontarsi con un Congresso più ostile, capace di esercitare una maggiore pressione sulle scelte dell’esecutivo e di rendere più difficile l’approvazione di provvedimenti legislativi strutturali, accentuando il ricorso agli strumenti dell’azione presidenziale. Una prospettiva che assume particolare rilevanza considerando la natura fortemente personalizzata dell’approccio dell’attuale amministrazione alle relazioni internazionali.
La politica estera americana resta infatti un terreno sul quale il presidente dispone di ampi poteri, soprattutto nella gestione diplomatica e nei rapporti diretti con gli altri leader. Il Congresso conserva tuttavia strumenti importanti, dal controllo delle risorse finanziarie alla supervisione delle attività dell’amministrazione, fino alle competenze del Senato sulle nomine e sulla ratifica dei trattati. Un cambiamento della maggioranza parlamentare non determinerebbe quindi necessariamente un’inversione della politica estera di Trump, ma potrebbe renderne più complessa l’attuazione.
Il primo dossier sul quale questa dinamica potrebbe manifestarsi è quello russo-ucraino. Trump continua a perseguire una soluzione negoziale alla guerra provocata dall’invasione russa dell’Ucraina, privilegiando un’interlocuzione diretta con Vladimir Putin. Una strategia che riflette la convinzione della Casa Bianca di poter ottenere risultati attraverso il rapporto personale tra leader e la ricerca di compromessi diplomatici. Un Congresso a maggioranza democratica potrebbe complicare questo percorso. La posizione dei Democratici nei confronti di Mosca è tradizionalmente più severa, soprattutto per quanto riguarda la necessità di mantenere pressione sulla Russia e garantire sostegno all’Ucraina. Una maggiore capacità di intervento parlamentare potrebbe tradursi in iniziative legislative, richieste di chiarimento sui contenuti del negoziato e tentativi di condizionare eventuali concessioni americane. Questo non impedirebbe a Trump di continuare a dialogare con Putin, ma potrebbe restringere lo spazio politico entro il quale costruire un accordo. Il presidente si troverebbe a negoziare con Mosca dovendo contemporaneamente gestire un confronto più intenso a Washington. Una circostanza che anche il Cremlino dovrebbe considerare nella valutazione della credibilità e della sostenibilità degli impegni americani. Per Putin, infatti, un’intesa con Trump potrebbe rivelarsi meno vantaggiosa qualora la sua attuazione dipendesse da decisioni finanziarie o legislative osteggiate dal Congresso.
Una dinamica parzialmente analoga potrebbe emergere nei rapporti con la Cina. L’approccio di Trump verso Pechino mantiene una forte componente transazionale, nella quale la competizione strategica convive con la disponibilità a negoziare intese economiche e commerciali e, soprattutto, con una costante esaltazione dell’intesa tra leader, legata a quel rapporto personale che Trump sostiene di avere costruito con Xi Jinping. La possibilità di utilizzare dazi, concessioni e accordi bilaterali come strumenti di pressione costituisce uno degli elementi distintivi della sua politica. I Democratici condividono in larga misura la percezione della Cina come principale concorrente strategico degli Stati Uniti, ma tendono a interpretare questa competizione attraverso una prospettiva meno legata al negoziato personale e maggiormente orientata alla sicurezza nazionale, alle alleanze e alla dimensione politica del confronto. Un Congresso democratico potrebbe quindi esercitare pressioni affinché eventuali accordi con Pechino non compromettano obiettivi strategici più ampi. Per Trump, il problema non sarebbe necessariamente una richiesta di maggiore durezza verso la Cina, considerando che anche la sua amministrazione ha adottato posizioni fortemente competitive. La difficoltà potrebbe piuttosto riguardare la libertà di trasformare rapidamente il confronto in un’intesa politica o commerciale, magari dopo un faccia a faccia con Xi. Una maggioranza congressuale democratica potrebbe rendere più difficile presentare un accordo bilaterale come un successo sufficiente a giustificare eventuali concessioni.
Diverso appare il caso dell’Iran. Sebbene anche tra i Democratici siano presenti orientamenti molto severi nei confronti di Teheran, le scelte militari e strategiche più recenti restano politicamente associate alle decisioni dell’amministrazione Trump. Un Congresso democratico avrebbe quindi probabilmente maggiori incentivi a esercitare un controllo sulla gestione del confronto, sui suoi costi e sui suoi obiettivi, piuttosto che a promuoverne un’ulteriore escalation. Le differenze esistenti all’interno dello stesso Partito Democratico, soprattutto sul rapporto con Israele e sulla strategia regionale americana, renderebbero tuttavia meno prevedibile una posizione unitaria. Il dossier iraniano potrebbe diventare soprattutto un terreno di confronto sulle prerogative presidenziali e sulla responsabilità politica delle operazioni militari. Per la Casa Bianca, questo significherebbe dover giustificare con maggiore frequenza le proprie decisioni, in una fase nella quale gli effetti economici e politici delle tensioni regionali potrebbero pesare anche sul consenso interno. Esiste tuttavia un possibile paradosso. Una vittoria democratica potrebbe non soltanto limitare Trump, ma anche accentuarne il protagonismo internazionale. Di fronte a un Congresso ostile, il presidente potrebbe cercare nella diplomazia personale e nei grandi accordi internazionali quei successi politici che diventerebbero più difficili da conseguire sul fronte interno. La politica estera, proprio perché rappresenta uno degli ambiti nei quali la Casa Bianca conserva maggiore autonomia, potrebbe trasformarsi nel principale terreno sul quale Trump tenterebbe di riaffermare la propria leadership. Un presidente politicamente indebolito a Washington non sarebbe dunque necessariamente un presidente meno attivo sulla scena internazionale.
Il punto di collegamento tra questi dossier resta il rapporto tra politica interna e proiezione internazionale degli Stati Uniti. Le midterm si giocano su questioni che riguardano direttamente gli elettori americani, dal costo della vita all’immigrazione, fino alle conseguenze economiche delle scelte dell’amministrazione. Ma il loro risultato potrebbe incidere sulla capacità del presidente di sostenere nel tempo gli impegni assunti all’estero. Occorre inoltre distinguere tra una vittoria democratica alla Camera e un eventuale controllo di entrambe le camere del Congresso. Nel primo caso aumenterebbero soprattutto le possibilità di supervisione, indagine e pressione politica sull’amministrazione, oltre alla capacità di ostacolare l’agenda legislativa della Casa Bianca. Nel secondo, il peso parlamentare sarebbe più incisivo anche su alcune decisioni istituzionali e sulle nomine. In entrambi gli scenari, tuttavia, il presidente conserverebbe una significativa autonomia diplomatica.
Per gli interlocutori internazionali di Washington, il risultato elettorale rappresenterà quindi un elemento da incorporare nei rispettivi calcoli strategici. A cominciare dall’Unione europea, che sembra disporre di leve politiche sempre più limitate nei confronti del suo principale alleato. Un Congresso democratico potrebbe offrire a Bruxelles nuovi interlocutori istituzionali, senza tuttavia garantire un cambiamento sostanziale dell’approccio americano. La competizione commerciale, la richiesta di un maggiore impegno europeo nella difesa e il progressivo spostamento delle priorità strategiche statunitensi verso l’Indo-Pacifico rappresentano infatti tendenze che vanno oltre la contrapposizione tra Repubblicani e Democratici.
Russia e Cina, in particolare, dovranno valutare quanto gli accordi eventualmente raggiunti con Trump possano resistere a un confronto più serrato tra Casa Bianca e Congresso. Lo stesso dovranno fare alleati, partner e avversari in Medio Oriente e in Europa. Le midterm non determineranno da sole la direzione della politica estera americana. Potrebbero però modificare le condizioni politiche nelle quali Trump tenterà di perseguirla. La differenza, per un’amministrazione che attribuisce grande importanza alla capacità negoziale del presidente e ai rapporti personali con gli altri leader, potrebbe rivelarsi sostanziale. Anche perché un Trump costretto sulla difensiva a Washington potrebbe scegliere di giocare una partita ancora più ambiziosa sullo scenario internazionale.
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